Hanno messo in vendita un'auto coi sedili d'oro ma si sono dimenticati di metterci il motore

Ieri Rene Ritchie ha “dichiarato” che anche il 2012 sarà l’anno dell’iPad. Perché? Perché le aziende che producono i suoi concorrenti continuano a commettere l’errore di non sapere cosa vogliono realmente gli utenti: un’esperienza d’uso semplice e gratificante. Scrive:

L’iPad è l’opposto del computer tradizionale. Lo accendi. Premi il tasto Home. Tocchi e avvii un’app. Premi Home. Avvii un’altra app. Sai sempre dove sei e nel caso ti perda non devi far altro che premere il tasto Home per tornare in un posto familiare. È più accessibile. È più facile da capire. Permette di svolgere la maggioranza dei compiti che la gente deve fare.

È per questo che Apple ne vende così tanti, e le aziende concorrenti no.

Per competere con Apple, tutti dal PlayBook della RIM fino ai tablet con Android hanno offerto specifiche tecniche migliori e potenza paragonabile ai PC. Alle persone a cui non importa un fico secco.

Sulla stessa linea d’onda, Benjamin Jackson (tradotto da Filippo Corti):

Alla Apple, le persone che fanno i prodotti li realizzano per il 99% degli utenti a cui non frega nulla di avere la più recente tecnologia nei loro telefoni.

Questo non significa che non siano interessati ai loro telefoni, ma che non sanno, o non vogliono sapere, cosa va dentro questi. Probabilmente, non lo sapranno mai. Hanno altre cose a cui interessarsi: il calcio, i loro figli, l’euro. Sono persone che non hanno idea di cosa significa LTE. Vogliono solamente che il loro telefono funzioni, e vogliono che funzioni bene.

Filippo Corti, riferendosi alla precedente citazione:

È la ragione per cui pubblicizzare un prodotto in base alle sue specifiche tecniche, alla potenza e alla tecnologia interna, non ti farà guadagnare consumatori. Alla gente non interessa che quel prodotto abbia più RAM di un altro, ma che faccia quel che promette. Alla gente non interessa se un OS è chiuso o aperto: interessa che svolga bene i suoi compiti, fine.

Se funziona, bene. Altrimenti, hai fallito. Tutto il resto non conta. Sono cose che possono piacere a noi, a noi che ne discutiamo e che ci appassionano di questi argomenti. Ma sono cose a cui un normale utente ha il diritto di non interessarsi.

Oltre all’esperienza utente è un altro il motivo per cui tutti i nuovi luccicanti tablet Android sono inesorabilmente destinati a fallire. Per quanto il sistema operativo, la UX, e l’hardware possano essere migliorati, la mancanza di Android è l’assenza di un forte ecosistema di contenuti e media.

Sei una persona di cinquanta anni che non ha mai usato un computer (e non lo possiedi) e ti regalano un iPad. Vuoi metterci su lo White Album dei Beatles? Due-tre tocchi e lo puoi comprare su iTunes. Vuoi guardarci Arancia Meccanica? iTunes. Vuoi leggerci L’arte della guerra? iBooks.

Android, questo ecosistema di contenuti, ce l’ha? No. Qualche pallido tentativo da parte di Google c’è, ma lo conosciamo giusto noi geek — non penso che sentirò mai mio padre parlare della beta di Google Music utilizzabile sotto VPN che finge un IP statunitense.

L’unica vera alternativa all’iPad che nel medio periodo (1–2 anni) potrà fargli un certo tipo di concorrenza è il Kindle Fire di Amazon. Il Kindle Fire ha alcuni problemi di software e hardware, ma quelli con un paio di iterazioni li risolvi, niente di troppo serio. In compenso hai una scelta di contenuti multimediale pari a quella offerta da Apple, se non addirittura superiore.

Il Kindle Fire è da tenere d’occhio nei prossimi mesi, dati i buoni presupposti. Quindi anche Android? No, Android no. Dire che il Kindle Fire è Android è come dire che OS X è Unix. Si, le fondamenta sono quelle, ma il sistema operativo lo rende irriconoscibile. (Sì, lo so che questa è una analogia un po’ tirata per i capelli, ma passatemela.)

Fino a che un ecosistema ricco di contenuti su Android non sarà presente e accessibile dall’utente comune, i tablet su di esso basati falliranno miseramente. Magari venderanno qualcosa — qualche smanettone li comprerà — ma resteranno cifre ridicole.


PS: per un’analisi più approfondita e completa della mia, consiglio la puntata 48 di Hypercritical a partire dal minuto 20:40.